La legge pedagogica dei fogli sotto il culo viene prima della legge dei barattoli
Quando la madre di un mio studente sentì risuonare alle orecchie del suo caaaro figliolo la spiegazione della “legge pedagogica dei fogli sotto il culo”, non seppe trattenersi e mi disse che “non eva il caso di usave cevti tevmini volgavi, quando lo stesso concetto poteva esseve espvesso in modo più consono all’avmonia dei concenti celestiali nell’avmonia celeste”. Emessa questa sentenza, dribblata in anteprima da ogni buon insegnante, glissò senza degustare il sapore vitale di questo nettare degli dei, e preferì andare ad ungerli di ambrosia perché non invecchiassero fino a sfinirsi. Per fortuna loro, ci sono sempre tanti uomini che creano dei e poi li salvano dall’estinzione. Feuerbach attende ancora che qualche buon pensatore riduca la teologia alla sua protologia che è l’antropologia. Finché l’ultimo dio non sarà diventato uomo, nessun uomo avrà raggiunto la propria consapevole statura di creatore di dei, e non si renderà conto che non potrà mai essere paziente del filosofo, teologo, sociologo Erich Fromm, che, ebreo agnostico, diceva: “Non curerò mai uno che pone come assoluto reale l’esercizio del voler bene perché è buono lui e non ama perché l’altro meriti; anche se la gratuità per me è solo l’orizzonte di una psiche sana, oltre il quale, per ora l’uomo socialmente e civilmente sano, non può andare. Chi ha appreso l’arte di amare può solo curare il suo psicoanalista”.
Allora iniziai a spiegare che se Tizio sta dietro a un tavolo e Caio è in fondo all’aula, per sapere di che colore sono le sue scarpe devo ricorrere alla testimonianza del vicino, che mi risponde “nero”. Lui è un testimone competente, ma potrebbe essere un burlone, oppure essere daltonico. Il mio sapere per fede potrebbe rivelarsi ipoteticamente falso, anche se contro quella affermazione non ho dubbi positivi (sospenderei il mio assenso!), ma soltanto la teorica (non pratica) possibilità (non realtà) del contrario. Quindi, da uomo prudente e non temerario, mi fido e dico “nero”. Non sono nel dubbio, né nella certezza (che è l’eco psicologica di chi crede di essere nel vero). Sono nella verità su testimonianza. Se il testimone, che ho dimostrato verace, fosse talmente spudorato da avermi ingannato, dovrei revocare il mio asserto. Certo, se disponessi di un testimone che non inganna e non si può ingannare, sarei di fronte a un tipo di verità, che sempre tale rimane, ma cambierebbe figura epistemologica: diventerebbe rivelazione divina, e sarei fortunato come i cattolici. Però, mi si apre un’altra possibilità: se rifletto usando il riflesso mandatomi dalla lavagna in controluce, se ricordo che il suo colore preferito è il nero, se trovo nello sgabuzzino la scatola delle scarpe con l’etichetta del nero e su scritto: “A Caio, con affetto”, e uso altre esperienze dirette o oblique e metto via via questi fogli sotto il culo uno dopo l’altro, mi trovo in piedi e vedo direttamente e personalmente il colore delle scarpe di Caio. Il mio sapere non dipende più dalla testimonianza di un altro.
Così avviene anche nell’avventura della scoperta del sé: prima ti cogli per come ti dicono la mamma, la sorella, il papà, il dottore, la tua ragazza, l’insegnante, il prete. Poi compi esperienze autentiche, scarti superstizioni e menzogne, compi meditazioni che ti rivelano il tuo mondo interiore. Scopri gli atti elìciti dell’intelletto, della volontà, del senso estetico, che fanno crescere il peso specifico esistenziale degli orientali molto più di quanto faccia la psicoanalisi a un nuiorchese, ed esclami: “Ecco Tizio! Mi piace, voglio attuarlo.”.
Nella realizzazione di te, non dipendi più dagli altri, anche se non li disprezzerai. Ne terrai conto, ma non eseguirai. Obbedirai (nel senso di “audire ob” = ascoltare persone degne per fare quello che vuoi, pagandone o godendone le conseguenze sul tuo di tuo). Avendo visto la meta, ti dirigerai verso di essa trascinando col filo i barattoli della tua corporeità, lavoro, affettività, sessualità, paure, illusioni, sogni, bellezza e quant’altro ti costituiscono. E’ la legge pedagogica dei barattoli che seguono te e nessuno di essi può trascinarti o fermarti, fosse anche il caso di perderne uno per strada, magari quello cui eri più legato, che recava la scritta illusioni.
La legge dei fogli sotto il culo e dei barattoli vale anche per la vita di coppia, della famiglia, del luogo di lavoro. Provare per credere.
No bello? no vero…
C’è un’espressione di Aristotele che rimbalza in Tommaso d’Aquino e in Hans Urs von Balthasar che mi turba: una civiltà che non sa apprezzare la bellezza è condannata a perdere i colpi anche sul versante della verità.
Ero abituato a decifrare il giudizio di bello con categorie medievali a partire dal vero che è l’essere presente all’intelletto. Prima dell’atto conoscitivo c’erano due enti: il soggetto conoscente e l’oggetto da conoscere, poi diventano uno e idem. Conoscere l’essere è conoscere cos’è la verità, meglio: è essere la stessa cosa = ens et verum convertuntur. Conoscere questa tastiera è essere questa tastiera. Vale la reciproca: questa tastiera è me. Naturalmente la testiera diviene me in modo reale eminenter (quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur = io conosco la tastiera a modo mio, la mosca a modo suo). Idem est cognoscens in actum et cognitum in actu.
Poi, dopo essermi accorto che sapevo giudicare il vero con un’altra facoltà pratica (praxis = giudizio di valore dell’intelletto pratico e non intellettivo o razionale), che avverte il piacere più o meno esteso, prolungato, infinitato, e che chiamo volontà, quello stesso vero visto dall’intelletto ora diventa buono. Quindi ora avverto che ens et verum et bonum convertuntur (dire essere, vero, buono è dire la stessa cosa da punti di vista diversi: l’essere lo dico dal punto di vista dell’intuizione originale dell’apprensione dell’essere in quanto essere a prescindere dalle sue determinazioni (= ontologia). Il vero lo affermo dal punto di vista dell’intelletto che lo assimila. il bene lo dico dal punto di vista della volontà. Tizio, dal mio punto di vista è figlio mio, dal punto di vista di mio padre è nipote, dal punto di vista di mio nonno è pronipote: tre termini per dire l’unico Tizio nei suoi rapporti recettivi. I tre epiteti sono unificabili nella ontologia di Tizio e triplicati dalle diverse facoltà giudicanti legati al loro essere e a quello di lui. Si dice che la predicabilità dell’essere, del vero, del bene segnala le proprietà trascendentali dell’essere, di qualunque essere, Hitler o Stalin compresi, perché la bontà fin qui nominata non risulta dal confronto con il giudizio di coscienza morale, ma da quello dell’ontologia e della metafisica. L’etica scaturisce sempre dall’essere, ma deve tenere conto di altri parametri.
Ma ora viene il bello. Il bello è dato dalla percezione simultanea del vero e del buono. Essendo questi due ultimi giudizi di carattere trascendentale, devo ammettere di avere scoperto in me un’altra appercezione/facoltà trascendentale, che è stato chiamato senso estetico, anche se non è un senso corporeo, pur essendo intrinsecamente legato al sensibile, perché niente c’è nell’intelletto che prima non sia passato attraverso i sensi, ma non è riducibile al corporeo biologico, tant’é che posso dire: io peso, io peso, io penso, io amo e giudico il bello, ma non mi sono moltiplicato per quattro: sono sempre l’unico e solo io che in partenza appariva solo pesante e non ancora pensante.
Anche per questa nuova qualità (avvertita sia elicitamente sia esplicitamente) vale ontologicamente quanto detto per le precedenti proprietà trascendentali dell’essere: ens et verum et bonum et pulchrum convertuntur: l’essere, basta che sia tale e, è vero, buono e bello.
Se manca anche una sola di queste proprietà, vuol dire che non ci troviamo di fronte all’essere o mancano le facoltà capaci di apprenderne le proprietà intrinseche presenti nell’essere a prescindere dalle carenze di chi lo accosta. Se uno è lobotomizzato, non giudicherà buono o bello un paesaggio, ma non per questo il paesaggio dovrà chiedere a prestito delle qualità oggettive o soggettive per essere giudicato buono e bello dalla badante che accompagna il malato: il paesaggio mantiene le sue qualità oggettive, anche se il soggetto non arriva a percepirle. Il bello è oggettivo, soggettivo è il giudizio dato all’oggetto dal giudicante. Non è l’oggetto a mancare, mancante è il soggetto. Il paesaggio non diventa buono e bello perché la badante gli aggiunge qualcosa; il paesaggio è buono e bello in sé, e la badante lo coglie, mentre il guidato no.
Ma osserviamo la dinamica con la lente puntata sul soggetto etico. Caio è un costruttore di ghigliottine e ne ha costruita una in oro, argento e lama di Toledo. La trova bellissima e ne prova l’efficienza sul collo di una vitella malata, e la propone al ministro della giustizia per un buon appalto, e si sente dire di provarne l’efficienza sul collo innocente della propria figlia. Quando la mannaia starà calando su quel collo amato, dopo avere smaltito improvvisamente la sbornia obnubilante della bramosia del denaro, credete che Caio, ritrovato l’amore per la fanciulla, griderà con gioia estatica: “Che bella ghigliottina!”?. Io credo di no. Se anche voi la pensate come me, allora avete un canone medievale della calocagatia, per il quale il bello appare solo là dove c’è la percezione simultanea del vero e del buono. Mancando in quella esecuzione sperimentale il giudizio di buono, non scatta neppure il giudizio di bello. E badate che qui non abbiamo tenuto conto del giudizio di buono ontologico, più onnicomprensivo di quello etico, ma anche solo mancando un giudizio più restrittivo di bontà, il giudizio di bello non scatta. La ghigliottina rimane oggettivamente bella, ma il giudizio estetico sulla bellezza ontologica non scatta là dove manca la compagnia dell’etica. Ciò significa che la coscienza morale dell’umanità rappresenta un ulteriore scatto rispetto a quello dell’apprensione dell’essere e del buono. Chi apprezza il bello può farlo solo perché ha apprezzato l’essere in quanto vero e simultaneamente buono. Parafrasando un detto medievale: bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu, potremmo dire: pulchrum ex integra causa, malum ex quocumque defectu.
Sopra, avevamo mostrato le varie reciproche. Ed è qui che sottopongo a voi le mie conturbanti riflessioni: in una civiltà che si vanta di avere decapitato la metafisica con la rasoiata di Guglielmo di Occam (non sunt multiplicanda entia sine necessitate) e che ha rimesso in circolazione il nominalismo sofistico condiviso dal primo Umberto Eco: stat rosa pristina nomine nomina nuda tenemus (dire: “ho in mano una rosa” non significa che nella mia mano essa ci sia, ho segnalato solo parole vuote di relazione”), da René Magritte che titola il quadro rappresentate una pipa: “ceci n’est pas une pipe”. La parola rimanda a se stessa e non a un presunto significato. Se i segni rimandano ai segni, che senso ha lo studio di Eco sui segni che non hanno significato?: a un gioco di puzzle senza che esista uno esterno al puzzle che sappia muovere i pezzi. Essi si muovono da soli: il rasoio di Occam non ha decapitato la metafisica, ma sono Occam & C. che si sono resi ridicoli, sorte ben peggiore della presunta rasoiata alla metafisica.
Una civiltà che non coltiva la bellezza intrinsecamente una con l’essere, il vero, e il buono, diventerà insensibile anche all’essere (= relativismo, scetticismo), alla verità (ciascuno si sente in diritto di dire la sua, anche se il discorso non ha alcun riscontro al di fuori del discorso: “A Napoli ho risolto i problemi dei rifiuti”), all’etica (lo sterminio di milioni di ebrei era bene perché era stato ordinato dall’alto, e il comando dall’alto è un bene perché secondo la mia coscienza è giusto così). Rosenknanz parla della bellezza della bruttezza, e Umberto Eco scrive: l’elogio della bruttezza.
Una civiltà non abbracciata alla bellezza sarà soffocata dall’arte, e, peggio, dalla storia dell’arte, e peggio, dagli esperti di arte il cui fine non è la contemplazione della bellezza reale ma il tintinnio del denaro.
Io sto con Hans Urs von Balthasar [Gloria, I, pp.10-12] per il quale la bellezza fa tutt’uno con l’essere, il vero, il buono, anche se ne è manifestazione superiore [anche se non la massima, secondo me].
Scolion: sul bello nella scrittura legata al nichilismo e alla mancanza di senso del tutto mi piacerebbe parlare. Ho appena finito Agota Kristof, Ieri, Einaudi, TO 2002, oltre a Busi, Verga e altri. Credo che il loro giudizio sia letterariamente creduto, ma smentito dall’esistenza. Persino Sartre scriveva che “l’enfer sont les autres”, poi per vivere si accontentava di una Simone de Bauvoir qualsiasi, che gliene ha scritte tanto dopo morto…
La credenza
La credenza, un tempo, era privilegio dei ricchi signori che pagavano poveri cristi perché assaggiassero cibi e bevande eventualmente avvelenati. I padroni risparmiavano la pelle su quella degli altri, che gli erano oltremodo grati per averli salvati da inedia certa a fronte di un avvelenamento presunto. L’ho vista riesumata in Viale Papiniano.
La vecchina sgangherata nel fisico e nella pensione andava al mercato più grande di Milano a tastare le merci, ma non per comprare, bensì per mangiare il più possibile a ufo. Accompagnava la sua coetanea prorompente e sussiegosa quanto il suo assegno mensile di retroattività che le permetteva assaggi mirati, non alla quantità o alla qualità, ma all’acquisto ostentato: la sua nevrosi. Frigorifero, frizer e armadietti erano stracolmi, e secondo lei erano frutto della esperta credenza della sua accompagnatrice, che le permetteva di introdurre in casa soltanto cibi freschi e sicuri.
Ora la durata e la felicità del matrimonio sono affidate a un’altro tipo di credenza, che hanno chiamato convivenza. Non ci si sposa: ci si assaggia, si assapora il bocconcino in mille modi diversi: non si sa mai cosa possa riservare il palato destro rispetto alle papille sulla punta della lingua o all’epiglottide: un gargarismo ha sempre fatto bene.
La prova antecedente l’acquisto della merce quanto deve durare per essere considerata sicura? Un novilunio o nove mesi? Non è più sicuro un lustro, così viene coinvolto anche il figlio nel ménage? Non è che la vita prima si sperimenta e poi si vive: l’esperimento è già vita. C’è chi effettua due convivenze in contemporanea senza rendersi conto che il martedì, giovedì e sabato con l’una non permettono la settimana con l’altra.
Poi c’è la malattia. Se si chiude l’ambaradan con un verdetto positivo e ci si sposa “non di venere e di marte”, come la si mette con una paresi, non inclusa nella convivenza? Se entrambi si amano, il disastro è assicurato, perché la persona amata non ha più i requisiti responsabili del sentimento, come alcuni definiscono l’amore. Se invece entrambi sanno che non si possono amare le persone, ma solo l’ideale che li accomuna, allora continueranno a storicizzarlo con maggiore fatica del previsto. L’unico modo per separarsi consiste nell’avere cambiato l’ideale, non il partner del viaggio.
La separazione però è intrinseca all’amore vero. Qualunque scelta uno faccia o non faccia, dica o taccia lo fa per essere se stesso ed essere felice. Nessuno lavora alla propria infelicità o all’alienazione. Tizio dovrò raggiungere la propria meta, Caia la sua. Faranno un tratto di strada insieme, ma la morte li segnerà in modo esistenziale e imprevedibile. Il cammino verso la propria meta può biforcarsi anche prima della morte, purché non cambi il traguardo ma solo il sentiero per raggiungerlo. Tale dramma potrà essere l’arruolamento forzato in periodo di guerra, l’emigrazione, la pazzia, o quant’altro giustifichi la deviazione. Il ricongiungimento sarà anche imprevedibile, ma dovrà sempre trovare i due uniti dallo stesso progetto di prima.
Io sono bellissimo
Bruciavo di invidia quando mia figlia diceva che Sean Connery era mille volte più bello di me. Allora sono andato a rileggere ciò che i medievali scrivevano in merito alla calocagatia, e ho trovato un motivo per cui ribattere che lei era in errore.
Secondo il canone hollywoodiano, io non reggo al confronto con 007, ma neanche secondo lo stile di El Greco, che odia quello di Michelangelo, che sberleffa Leonardo. Canoni, canoni, canoni. Qual è il canone della bellezza, se ce sono così tanti? Platone direbbe che la Bellezza è quella consistente nell’iperuranio e non certo nel mondo sensibile schifoso. Aristotele direbbe che la bellezza è lo splendore e l’armonia delle forme nelle parti e nel tutto: ricostruzione del reale conforme all’essenza del razionalizzato. Se una mela è bacata, e il baco non appartiene all’essenza della mela, io – artista – riproduco nell’opera d’arte quello che la storia non ha saputo fare: la mela integra. L’artista è il vero creatore, ri-produttore . Il medievale ragiona in un altro modo. Al di là di “bello è ciò che, visto, piace” (pulchrum est quod visum placet), il medievale dice che la poesia dell’Inferno è morta, brutta, anche se l’Alighieri si ritiene il migliore poeta del suo tempo. Perché? Perche l’Inferno scrive bene di contenuti cattivi: i peccati e la dannazione eterna (lasciate ogni speranza voi ch’entrate). Quindi il bello è legato al bene, che è legato all’essere. Tant’è che della poesia del Purgatorio si dice la morta poesì resurga!, perché tratta di salvati, anche se condannati a una pena finita, cui vanno incontro cantando un salmo di liberazione dalla schiavitù In exitu Israel de Aegypto. Con la terza cantica Dante è convinto che prenderà l’alloro perché scriverà bene di cose buone: luce intellettual piena d’amore, amor di vero ben pien di letizia, letizia che trascende omne dolzore. Essere, intelletto, verità, amore oggettivo, trascenza, felicità. Ciò che non è conforme a ciò non è bello.
In quanto sono, sono vero; in quanto vero sono buono; in quanto buono sono bello; in quanto onesto sono bellissimo. Però Hollywood e mia figlia non lo vogliono comprendere, e neppure lo capiscono. Che tristezza!
Drogarsi è bene, ma …
Drogarsi è bene, ma …
Quand’ero alle elementari e il maestro si assentava, io avevo l’ingrato compito di segnare la lavagna in due bande. A sinistra scrivevo i nomi dei cattivi, e a destra quelli dei buoni. Quando più tardi incontrai il Contro i Manichei di Agostino, mi accorsi di quanto fosse clericale quel maestro anticlericale. Nel cosiddetto pessimista vescovo di Ippona, l’uomo è dotato di una sola facoltà di appetizione trascendentale: quella verso il bene. Quindi per quanto l’uomo si sforzi di fare il male, il suo pondus ad bonum non glielo permetterà mai. Oltretutto il male non c’è: c’è un bene privo di una perfezione dovuta, e in campo morale c’è un atto buono che priva di un bene maggiore dovuto. Se la volontà vuole qualcosa che l’intelletto pratico giudica disdicevole, essa costringe l’intelletto a inventare qualche fandonia da fornire alla volontà perché essa desideri ciò che vuole, altrimenti non scatterebbe in essa l’atto elìcito, e poi imperato. Ma già l’atto elìcito è autentica volizione. Il contrordine è una seconda volizione del giudizio di coscienza, e esso connota un aumento o un decremento di moralità: o si vive come si pensa o si finisce per pensare come si vive.
Ne consegue che qualunque nostro atto è buono, però potrebbe comportare una scelta che ci priva di un bene maggiore dovuto: quindi una privazione di essere, anche se fosse fonte di maggiore piacere. Drogarsi è bene, ma è un bene che ti priva di un bene maggiore dovuto: la lucidità dell’intelligenza, l’equilibrio psico – fisico, la credenza in un mondo parallelo inesistente popolato di fantasmi (“mi hanno bocciato perché ce l’avevano con me”), eccetera. L’azione è sempre buona per l’individuo. Bisogna vedere se è oggettivamente tale o se lo è solo soggettivamente. Hitler e Anna Frank agivano bene soggettivamente. Chi dei due lo facesse anche oggettivamente sarà giudicato da ciascuno in buona coscienza, – non esiste una cattiva coscienza – ma a cosa è ancorata la coscienza di chi preferisce il primo alla seconda? Ne discuteremo in seguito a proposito della protologia della morale, e della legge positiva (Norimberga, 1948!). Anche l’assoluta libertà del cristiano di fronte alla Legge e di fronte allo stesso ordine di Cristo costituisce motivo di provocazione per la Filosofia. Come è possibile agire al di là del bene e del male? Socrate, Gesù, Tommaso d’Aquino e Nietzsche si mettono a confronto.
Atto elìcito
Atto elìcito
Un esercizio raffinato di violenza sulle nuove generazioni consiste nel nascondere loro le conquiste intellettuali, pratico-poietiche che le hanno precedute: le parole. Cercate sui vocabolari ideologizzati dei vostri figli il lemma “elìcito”. Non lo troverete. Il positivismo materialistico meccanicistico del XIX secolo ha vinto: l’ha eliminato. La realtà o è fisica o è fiabesca. Come se non ci fosse stata la feroce critica tragicomica di Berkeley a ridicolizzare l’”esse est percipi”.
L’atto elìcito è quell’atto che si esaurisce all’interno della facoltà trascendentale che lo pone. Se io penso due più due uguale quattro, e non esplicito verbalmente o alla lavagna, quell’atto mentale si riassorbe nella mia ragione, e non arricchisce nessuno se non me che lo esercito. Se attivo un atto di tenerezza nei confronti di mia figlia malata lontana, lei non se ne accorge, ma io sono cresciuto esistenzialmente nella mia effettiva paternità grazie al mio atto elìcito di amore, che eventualmente esternerò con una telefonata. Oltre tutto, non essendo comunicabile l’amore, il suo esercizio interiore fa crescere la persona amante e non la persona amata, che non percepisce l’attività nei suoi confronti. (Cristianesimo a parte, ma quello non è oggetto specifico della Filosofia, bensì della sua branca che si cura delle cosiddette religioni. Solo un dinamismo inefficace ed equivoco potrebbe portare un pensatore a imbattersi nell’allegra novità.) Se io, uscito dalla pinacoteca, ricordo quanto era bello quel quadro, cresco nella mio calocagatia, ma nessuno se ne accorgerebbe a livello fenomenico.
Gli atti eliciti costituiscono un formidabile fattore di crescita furbesca del famoso nano che vede più lontano dei genii, non perché sia più grande di loro, ma perché è salito sopra le loro spalle e vede più lontano del loro orizzonte. Questi esercizi di meditazione, di volizione, di estetica, e le relative interconnessioni: “sono contento di pensare; è bello volere bene; è bello essere contenti di fare parte dell’unica specie sapiens sapiens” costituiscono anche un formidabile esercizio di speranza: sarebbe ancora più bello se dovessimo contrattare la vendita del miele con “le nostre api” della “nostra arnia”, o l’acido formico con il formicaio del bosco accanto. Oggi l’uomo preferisce stare in regione dissimilitudinis. Agostino preferiva scrivere nell’uomo interiore abita la verità. Poi, è più importante il pensiero o la prassi? Chi fa sa recita un antico, ma non antiquato, testo. Pare a me che una vita interiore possa arricchire quella esteriore: il migliore comunicatore è sempre stato chi si è macerato nella solitudine. Che senso avrebbero quella rosa o quel diamante regalati a Beatrice se essi non fossero stati preceduti da atti eliciti di amore? Non sarebbero segni e simboli, ma solo rosa e diamante: “Stat rosa pristina nomine nomina nuda tenemus”.
Libertà
“Libertà va cercando, ch’è sì cara come sa chi per lei vita rifiuta” recita Dante. Ma sbaglia, perché l’uomo dell’antichità credeva di essere libero perché al ristorante sceglieva il risotto e rifiutava la pastasciutta, ma sapeva che la scelta era dettata dalla necessità. Neanche gli dei avrebbero potuto interferire. Quella degli antichi era libertà psicologica: si sentivano liberi, ma erano determinati. Conoscevano la libertà dai vincoli fisici; pure quella civile e politica, benché non legata ai diritti naturali: qialunque imperatore poteva impunemente prevaricarle: decapitazione, espropri, eccetera. La libertà metafisica – o assenza di determinismi – è un regalo storico del cristianesimo. Poiché solo un bene che sia tuttto, solo, sempre bene e tutto il bene può determinarmi, tutto il resto mi lascia libero. Tutto il resto può solo proporsi, ma non imporsi: non ne ha le qualità, se non quelle della violenza, cui bisogna ribellarsi.
Analogia Entis
Scriveva Karl Barth: “Dimostratemi che c’è l’essere e l’Essere” [= Analogia entis], e io mi faccio subito cattolico. E’ morto prima di avere letto queste poche righe: 1. Non posso non affermare che la realtà esista: l’essere c’è. 2. L’essere è molteplice: uno, due, tre enti che sono essere ma non sono l’essere ( = molteplicità); questo ente c’è e è se stesso anche se cambia di brutto e di bello (= divenire). 3. Il fatto di essere molteplice e diveniente non dipende dal fatto di essere essere, perché mi ricordo che l’essere poteva essere affermato tale anche prima (logicamente, non cronologicamente) di averlo affermato come molteplice e diveniente. 4. Quindi il fatto di essere molteplice e diveniente non dipende dal fatto di essere essere, ma da altro. 5. Non certo altro dall’essere, perché altro dall’essere è il nulla o farneticazione (Parmenide). Questo altro sarà altro dal molteplice e dal diveniente da cui eravamo partiti. E sarà così presente (immanente) all’essere molteplice e diveniente da giustificarne la molteplicità e il divenire, e tanto altro (trascendente) da non rientrare nella sua definizione. Abbiamo quindi due definizioni di essere: un essere molteplice e diveniente che dipende da un essere non molteplice e non diveniente. Qui inizia la teodicea, che è diversa dalla teologia. Per Lutero, questa commistione di filosofia e teodicea e fede e teologia era discorso da puttana. Per K. Barth non saprei. Per Tommaso d’Aquino: “Dio c’è. Il mondo c’è, ma Dio più il mondo non fa niente di più di Dio”. Non saprei citare niente di meglio per l’analogia entis che eviti il monismo e il dualismo. L’essere da, l’essere con, l’essere per, ma come la mettiamo con il punto omega di Teilhard de Chardin?
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